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Avviso
ai naviganti.
Tutti
coloro che mi conoscono e anche i semplici
“passanti” on line si sono imbattuti
sicuramente in siti e/o articoli di stampa
diffusi in rete che mi riguardano.
Sarei
tentata di rispondere semplicemente che va bene
purché si parli di me, ma non si può
sdrammatizzare una vicenda che – mio malgrado
- si discute nelle aule di giustizia, e che mi
danneggia professionalmente.
La
vicenda
Sono
la vittima di un disegno persecutorio ordito da
alcuni soggetti che per oscure ragioni – o
semplicemente per invidia del successo altrui
– si dedicano alla distruzione dell’altro,
attività che forse gratifica il loro ego che non sa
emergere diversamente.
Vi
risparmio la letteratura scientifico –
psicologica
sul punto.
Tornando
alla denigrazione sistematica che subisco da
diverso tempo, che può anche definirsi una
forma di stalking, mi sono trovata al centro di
articoli, interpellanze parlamentari e azioni
giudiziarie per avere redatto una consulenza
tecnica per un Procuratore (capo) della
Repubblica che sostiene l’accusa ai danni di
un poliziotto imputato di diversi episodi di
calunnia a carico dei colleghi, furto di arma di
ordinanza ecc.
La
linea difensiva del poliziotto, piuttosto che
incentrarsi sulla prova della innocenza o
estraneità ai fatti contestati, si fonda sulla
denigrazione del consulente tecnico del Pubblico
Ministero, cioè della sottoscritta.
Non vi è chi non veda che tutto il chiasso
mediatico e giudiziario ai danni di consulente
(e non di una “perita”) in costanza
di un processo in corso, lungi dal condizionare
il Collegio Giudicante potrebbe rivelarsi un
boomerang, e dare corpo a quella definizione di
soggetto affetto da “disturbo paranoideo”
che la perita
(n.b. perita e non consulente) del
Tribunale ha riscontrato.
La
campagna denigratoria appena descritta, inoltre,
si svolge senza esclusione di colpi, utilizzando
mezzi scorretti (come sopra detto) e notizie
false e tendenziose come divulgare che il
poliziotto sarebbe stato scagionato quando il
dibattimento a suo carico è
tutt’ora in corso.
La mia condanna
Si
legge su due siti
riconducibili ad una stessa rivista, ed
ovviamente ad un solo direttore, di avere
riportato una condanna per plagio di opera
peritale.
La
notizia non è del tutto vera. Ho riportato una
condanna ad una pena pecuniaria, con i benefici
della non menzione e la sospensione della pena
per plagio non di una perizia ma di un articolo.
Chi
ha pubblicato la notizia ha violato il mio
diritto alla non menzione previsto quale
beneficio di legge per le pene lievi, e non ha
rispettato un
provvedimento del giudice che quel
beneficio ha disposto.
A
questo punto è doveroso e giusto raccontare
l’episodio per intero.
Ho
pubblicato una raccolta di fogli ciclostilati,
alcuni dei quali rinvenuti su un banco di uno
dei tanti corsi che ho frequentato. Confezionato
il volumetto, intitolato non a caso “perizie,
appunti”, ho apposto il mio timbro solo in
quarta di copertina (invece che sul frontespizio
come è normale), manifestando l’intenzione di
non appropriarmi proprio di nulla.
Naturalmente
sono disponibile a fornire tutti i chiarimenti a
chi lo desideri, e a carico di chi tenta di
fuorviare i lettori e di screditarmi mi riservo
di agire nelle sedi competenti.
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